Categoria: Storie

  • L’emigrazione siciliana in Australia, parte 1: i “canecutters” del Queensland

    L’emigrazione siciliana in Australia, parte 1: i “canecutters” del Queensland

    Nelle famiglie dei miei nonni, come nella maggior parte delle famiglie contadine siciliane, non si viaggiava per svago. I miei nonni paterni non erano praticamente mai usciti dalla Sicilia. Conservavo le foto dell’unico viaggio che i miei nonni materni avevano fatto insieme, Roma e Napoli, in viaggio di nozze. Ma c’era, a casa dei miei, una tazza di ceramica, piena di monete di svariate epoche e provenienze. Molti di quei soldi erano lire, monete dagli anni ’40 in poi. E poi c’erano alcune monete straniere. Alcune raffiguravano sul retro un canguro.

    Mio nonno materno era stato in Australia, per circa due anni, prima di sposarsi, all’inizio degli anni ’50. Aveva gestito, a Sydney, un negozio di frutta. Anche suo padre e suo zio erano stati in Australia, prima di lui. Suo padre, il mio bisnonno, già sposato e con due figli, aveva trascorso in Australia quasi vent’anni, compreso – ho scoperto – un anno di internamento in un campo di prigionia, durante la Seconda guerra mondiale.

    So che ancora oggi i discendenti di alcuni cugini di mio nonno vivono a Sydney – conservo alcune lettere degli anni ’90, tra mio nonno e sua zia.

    L’Australia. Un posto così lontano che mi chiedo cosa potesse evocare, nella fantasia dei miei antenati, nati e vissuti sempre in un mondo rurale, lontano dalle città. Come era successo che dei contadini siciliani avevano cominciato a considerare proprio l’Australia una meta formidabile su cui proiettare le aspettative di una vita migliore?

    Sebbene il boom dell’emigrazione siciliana in Australia sia avvenuto dopo la Seconda guerra mondiale, i primi siciliani avevano cominciato ad approdare in Australia ben prima. Già a partire dagli anni ‘70 dell’800, quando il termine Australia doveva portare con sé la seduzione di un mondo vergine, carico di promesse di lavoro e abbondanza.

    I primi migranti siciliani erano soprattutto giovani uomini, attratti dalle aree con una forte domanda di manodopera. Una di queste, tra le prime a essere meta di questi pionieri, fu il Queensland, sulla costa orientale.

    Alla fine dell’800, il Queensland era pieno di piantagioni di canna da zucchero. A coltivarle, tagliando le canne a mano, inizialmente erano soprattutto lavoratori provenienti da varie isole del Pacifico. Ma a partire dal 1901 la “White Australia policy” aveva bloccato progressivamente l’arrivo di immigrati non europei, per mantenere una popolazione a prevalenza bianca. Si tentò di rimpiazzarli con lavoratori irlandesi e scandinavi, che però si dimostrarono inadatti a un lavoro durissimo, nel clima tropicale; si puntò allora sugli italiani, soprattutto sui siciliani, sebbene sul loro essere davvero “bianchi” ci fossero delle riserve; essi furono oggetto, negli anni successivi, di numerose campagne denigratorie, che parlavano di una studiata “invasion” da parte di questi “olive skins”: gente la cui pelle poteva dirsi al massimo olivastra, ma bianca proprio no.

    Ciò nonostante, le comunità italiane e siciliane del Queensland si moltiplicavano. Si trattava soprattutto di siciliani della zona dell’Etna, specie dopo che, negli anni ’30, un parassita devastò i vigneti di quelle contrade. Tuttavia, una volta raggiunto il Queensland, le condizioni di lavoro erano dure: il taglio della canna da zucchero era un’attività faticosa, e le abitazioni riservate a questi lavoratori erano poco più che baracche, con i materassi riempiti con gli scarti delle canne tagliate. Eppure, poco a poco questi pionieri cominciarono a chiamare presso di loro mogli, fratelli e cugini. Una famiglia chiamava l’altra, e spesso i lavoratori mettevano i soldi in comune per comprare le farms di canna da zucchero. Ancora oggi molti dei discendenti di quei siciliani sono proprietari di aziende agricole. Hanno importato qui le tradizioni siciliane, la loro lingua e la loro cucina. Si sono integrati e mescolati con persone di diversa provenienza, i loro figli hanno studiato e si sono trasferiti in città.

    Eppure, tanti discendenti di siciliani in Australia continuano saldamente a tramandare il filo della memoria e delle tradizioni. Lo fanno tramandandosi storie, parole e ricette, oppure celebrando feste che animano l’intera comunità, come la festa sicilianissima dei santi Alfio, Filadelfo e Cirino, che ancora oggi si tiene nel mese di maggio in varie città del Queensland. Un’occasione per cantare, ballare e preparare le ricette delle nonne. E per curare e tenere vive, anno dopo anno, le proprie radici italiane.

  • Storie – ritrovare una famiglia dall’altra parte dell’oceano

    Storie – ritrovare una famiglia dall’altra parte dell’oceano

    Scambio dei messaggi con Jeanne ai primi di luglio, sono passati esattamente due anni da quando ci siamo sentite per la prima volta. Pochi giorni prima, ad Alcamo, in Sicilia, c’è stata la festa della Madonna dei miracoli, la santa patrona; Jeanne mi dice che i cugini, da Alcamo, le hanno mandato delle foto della festa, della processione.

    Tra me, in Italia, e Jeanne, negli Stati Uniti, c’è un oceano attraversato da decine di fili. Il primo lo ha tracciato sua nonna Maria nel 1919. Aveva 19 anni quando è partita da suo paese (che è anche il mio), Alcamo, per imbarcarsi alla volta di New York, per poi arrivare a Detroit. Viaggiava da sola. Nei documenti di sbarco a Ellis Island, risulta che era diretta da uno zio. Ma non era vero. In realtà andava in America per sposare un compaesano, un uomo che probabilmente non conosceva, o che comunque non conosceva bene, seguendo il tracciato di una scelta che qualcun altro avevo preso per lei. Maria formerà la sua famiglia in America, avrà nove figli e tantissimi nipoti, una famiglia ibrida come tante dell’epoca, un po’ italiana e un po’ americana. Tornerà ad Alcamo, in visita, negli anni ’70, insieme a una delle sue figlie, per ritrovare una famiglia d’origine che nel frattempo si era riempita di nuovi cognati e nipotini.

    I discendenti della famiglia americana di Maria e i discendenti di quella che aveva lasciato ad Alcamo continuano a sentirsi per anni, finché i contatti si diradano, la memoria si sfilaccia, e a un certo punto è difficile per Jeanne, che sta organizzando un viaggio in Sicilia, riuscire a rintracciare quella parte di famiglia che vive ad Alcamo.

    Per aiutare Jeanne a ritrovare i cugini siciliani ho seguito parallelamente due strade. Da una parte abbiamo ricostruito la storia familiare della nonna Maria, della sua partenza, dei suoi fratelli e dei suoi cognati; nel frattempo, ho usato gli indizi che mi erano stati forniti da Jeanne per trovare tra i miei contatti qualcuno che si riconoscesse nella storia della sua famiglia – ha aiutato molto, in questo caso, che fossi io stessa di Alcamo.

    Jeanne ha così potuto realizzare un piccolo sogno: quello di incontrare una parte della famiglia siciliana che aveva sempre saputo di avere, e di visitare Alcamo insieme ai ritrovati cugini. Che a loro volta hanno avuto l’emozione di rivedere i propri cari nei filmini girati ad Alcamo dalla nonna Maria in occasione della sua visita negli anni ’70, e che Jeanne aveva portato con sé.

    Così abbiamo aggiunto un nuovo filo – sicuramente non l’ultimo – al fitto intreccio che unisce la Sicilia all’altra sponda dell’oceano.